domenica 13 gennaio 2019

SULLA SEDIA A ROTELLE DA QUANDO AVEVO 15 ANNI PER COLPA DI UN BASTARDO CHE LA FECCIA ROSSA HA PROTETTO PER 40 ANNI

“Ero in guerra ma non lo sapevo” è il libro scritto da Alberto Torregiani e Stefano Rabozzi. E’ la storia di un periodo duro e buio del nostro Paese quella che fa Alberto, figlio del gioielliere ucciso il 16 febbraio 1979 dai Pac, i Proletari armati per il comunismo, la formazione clandestina alla quale apparteneva Cesare Battisti. Riconosciuto colpevole dai tribunali italiani, era fuggito in Brasile come rifugiato politico. Nato a Novara il 19 febbraio 1964, Torregiani non ha avuto certamente una vita facile. Adottato assieme alla sorella dalla famiglia dell’orefice milanese, Alberto dall’età di quindici anni è costretto sulla sedia a rotelle dopo essere rimasto coinvolto nella sparatoria che ha portato alla morte del padre Pierluigi. Maggiorenne, ha ripreso gli studi conseguendo il dottorato di informatica presso l’Ibm Italia a Milano. A trent’anni da quel giorno maledetto, attraverso il libro ha trovato la forza di raccontarsi. Da anni è tornato a vivere a Novara dove lavora presso l’amministrazione comunale. Pierluigi Torregiani, credeva nella pubblicità e per far conoscere il suo negozio presentava i suoi preziosi su alcune tv private. Nella notte tra il 22 e il 23 gennaio 1979 uscito dagli studi televisivi si reca con familiari e amici in pizzeria. Erano gli anni di piombo e Pierluigi Torregiani girava armato, poiché portava con sé i valori che mostrava in tv. Nel locale entrano dei rapinatori armati, Torregiani minacciato reagisce. C’è una sparatoria con morti e feriti. Alcuni quotidiani del giorno dopo titolano “sceriffo in borghese”, “giustiziere a Milano”. Lui però spiega “Volevo solo difendermi!” La sua condanna a morte però è già scattata. Pierluigi Torregiani inizia a ricevere minacce telefoniche. Gli aggressori fanno parte dei P.A.C. (Proletari armati per il comunismo), la tentata rapina si inquadra nelle azioni di esproprio proletario della lotta armata. L’esecuzione avviene il 16 febbraio 1979 : il commando, dopo aver deviato la scorta con una falsa segnalazione, si apposta davanti all’oreficeria. Ancora una volta Pierluigi Torregiani reagisce ma nel conflitto a fuoco muore e Alberto viene gravemente ferito. Negli atti del processo nella deposizione di uno degli imputati, si legge che l’operazione era stata eseguita “perché il Torregiani, facendo il poliziotto, si era opposto all’azione di riappropriazione della ricchezza da parte del proletariato”. Nello stesso giorno, per lo stesso motivo, muore per mano dei P.A.C. a Mestre il commerciante Lino Sabbadin. Da allora Alberto Torregiani è paralizzato e costretto all’uso della carrozzina. E’ tornato a vivere a Novara dopo lunghi anni di cure e tentativi di riabilitazione. Nel suo libro non c’è odio, solo l’intensa emozione dell’esperienza vissuta. Al suo dolore muto si è aggiunto lo sgomento, quando il ministro brasiliano della giustizia Tarso Genro ha motivato la decisione di non concedere l’estradizione a Battisti, basando questa decisione sul fondato timore di persecuzione del Battisti per le sue idee politiche, ed esprimendo dubbi sulla regolarità del procedimento giudiziario nei suoi confronti. “Caro Battisti – scrive Torregiani -, leggi qui come hai ucciso mio padre e mi hai costretto a vivere su una sedia a rotelle”. “Avere Alberto Torregiani all’Officina delle Idee vuole essere un forte segnale di attenzione di questa amministrazione su un fatto che deve toccare ognuno di noi -spiega il sindaco Fabrizio Bertot-. In Italia Cesare Battisti è stato condannato come responsabile di quattro omicidi: tre come concorrente nell’esecuzione, uno co-ideato ed eseguito da altri.”

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