venerdì 14 dicembre 2018

150MILA EURO AL FRATELLO, OPERAI SENZA PAGA: COSI’ I BOSCHI FANNO FALLIRE LA TERZA AZIENDA EDILE D’ITALIA

Condotte, il colosso del cemento fa crac. E spuntano i contratti d’oro del Giglio di Renzi

Inchiesta della procura di Roma sul fallimento della terza società di costruzioni d’Italia. L’Espresso scopre un contratto fatto dal gruppo (che deve costruire la nuova stazione Tav a Firenze) a Emanuele Boschi, il fratello dell’ex ministro Maria Elena. Mentre gli operai non prendono lo stipendio, per lui consulenza da 150 mila euro. Incarico anche ad Alberto Bianchi, l’ex presidente della fondazione Open Matteo Renzi

di Emiliano Fittipaldi per L’Espresso
Da qualche settimana la procura di Roma sta lavorando a un’indagine giudiziaria che preoccupa, e non poco, un pezzo del potere romano. Al momento non ci sono indagati, ma durante i cocktail e le cene prenatalizie di questi giorni imprenditori, banchieri, dirigenti d’azienda e politici fanno capannelli per tentare di recuperare un retroscena, o uno straccio di informazione attendibile. Anche il Giglio magico, il gruppo di politici fedelissimi vicini a Matteo Renzi, segue con attenzione gli sviluppi. Perché, se i dettagli in circolazione sono pochissimi, tutti sanno che il crac di Condotte per l’Acqua spa, una delle più grandi aziende di costruzioni del paese a un passo dal fallimento, nasconde segreti e scandali che potrebbero fare molto rumore.
Se i pm capitolini e la polizia giudiziaria, in primis il nucleo di polizia tributaria della Guarda di Finanza di Roma, non fiatano, l’Espresso ha lavorato a un’inchiesta autonoma. E nel numero di domenica prossima, attraverso testimonianze ed interviste, la consultazione di alcune relazioni dei commissari straordinari di Condotte spedite in procura, decine di documenti interni della società e delle sue controllate, contratti di consulenza, dossier dell’Anac e carte di altre procure della Repubblica, è in grado di ricostruire – al netto dei possibili e futuri rilievi penali – la storia di uno dei più grandi fallimenti del nuovo secolo.
Che si intreccia, come vedremo, ad alcuni affari d’oro di esponenti di primo piano del cerchio magico dell’ex premier. Come quelli del fratello di Maria Elena Boschi, il giovane Emanuele, e di Alberto Bianchi, consigliere e avvocato di Renzi e per anni numero uno della Fondazione Open.
Entrambi hanno infatti ottenuto contratti di consulenza da due controllate di Condotte, la Inso (che ha firmato il contratto con Boschi attraverso lo studio legale BL, tra i cui partner c’è anche il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi) e la Nodavia spa. Cioè le due società che stanno lavorando alla realizzazione della nuova Tav di Firenze e che, secondo i nuovi commissari, hanno contribuito «in maniera significativa» al crac dell’impero. Committente dell’opera è Rfi, controllata da Ferrovie dello Stato.
Per la cronaca spulciando l’agenda elettronica della proprietaria di Condotte e delle sue controllate, Isabella Bruno Tolomei Frigerio, l’Espresso ha scoperto che ministri ed esponenti del governo Renzi e del governo Gentiloni hanno avuto alcuni appuntamenti con la donna, l’amministratore delegato del gruppo (il marito Duccio Astaldi, arrestato lo scorso marzo per corruzione in un’inchiesta della procura di Messina) e Franco Bassanini. Al tempo presidente del consiglio di sorveglianza di Condotte e pure “consigliere speciale” a Palazzo Chigi prima di Renzi e poi di Gentiloni.
Nodavia firma un contratto a Bianchi, al tempo capo della Fondazione Open, nel 2016. La Inso, controllata da Condotte, decide invece di prendere a bordo Emanuele Boschi, il 35enne fratello di Maria Elena, nel 2018.
Come mai la società che lavora alla Tav di Firenze vuole assumere il giovane professionista? È il 9 maggio quando si riunisce il collegio sindacale della società. La crisi del gruppo è drammatica. Nelle settimane precedenti gli operai del cantiere della Stazione Foster avevano protestato duramente, anche scioperando, perché non gli venivano pagati gli stipendi. Per il giovane Boschi, invece, la Inso è pronta a staccare un assegno a cinque zeri. E da pagare pronta cassa.
Leggendo il verbale della riunione, è chiaro che i membri del collegio sindacale non sono convinti della decisione «dei vertici aziendali» di conferire a Boschi, «che già conosce la società» (aveva dunque avuto altri incarichi in passato?), un expertise legale. Così i sindaci chiedono al cda di selezionare l’esperto «tra una rosa» più ampia «di possibili candidati». Anche allo scopo di risparmiare: i suggerimenti di Romagnoli e Lisi costavano già un sacco di soldi.
Non sappiamo quali sono stati i contendenti di Emanuele per la ricca consulenza, ma è certo che tre settimane dopo, il 31 maggio (ultimo giorno in cui la sorella è a Palazzo Chigi come sottosegretario della presidenza del Consiglio) sarà proprio lui a conquistare l’incarico e la relativa parcella.
L’Espresso ha visionato il contratto, una scrittura privata su carta intestata dello studio BL, i cui tre soci sono lo stesso Boschi, Federico Lovadina e Francesco Bonifazi, altro petalo del Giglio magico e tesoriere del Pd. Vengono elencate le prestazioni, il compenso finale (150 mila euro, a cui aggiungere l’Iva, la cassa di previdenza e spese varie), e la modalità di pagamento. I manager di Inso scrivono che «gli importi fatturati» da Boschi «saranno da pagarsi “a vista fattura”».
Boschi è fortunato: quando va bene, e anche in tempi di vacche grasse, i professionisti vengono in genere pagati a 60 giorni.
Ancor più curiosa, la decisione di Inso, visto il momento drammatico, con operai senza stipendio e il posto a rischio. Forse anche per questo l’ultimo articolo del contratto evidenzia una severa clausola di riservatezza: «Inso si obbliga a non divulgare a terze parti il contenuto del presente conferimento d’incarico, che riveste carattere di riservatezza per espressa pattuizione delle parti».

FINALMENTE BOERI FUORI DALLE BALLE! Il galoppino rosso del PD sta raccogliendo gli stracci e dovrà iniziare a cercarsi un lavoro vero

Lega pronta a cambiare l’Inps: “Boeri? Basta con il padre padrone”

Nuovo braccio di ferro tra le Lega e l’Inps. Boeri boccia la riforma delle pensioni. Durigon lo zittisce: “Vuole sempre apparire”
Gli scontri tra la Lega e il numero uno dell’Inps, Tito Boeri, hanno vecchia data.
Il Confronto tra i due è sempre stato durissimo e le posizioni sono sempre state troppo distanti anche solo per trovare un punto di dialogo. Ora, però, Matteo Salvini vuole mettere le mani sull’ente e rivoltarlo come un calzino cambiandone anche la governance“Stiamo studiano diverse versioni”, ha fatto sapere il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, annunciando “l’allargamento a una forma collegiale” per non avere più “un soggetto che possa, in qualche modo, essere il padre padrone”.
L’ultimo attacco di Boeri alla riforma delle pensioni voluta dalla Lega è arrivato ieri, durante la presentazione di uno studio di Joseph Zweimuller dell’università di Zurigo che ha invitato a valutare gli effetti sulla salute del pensionamento anticipato. Per ogni anno di pensionamento anticipato, secondo la ricerca presentata all’Inps, le aspettative di vita (calcolate fino a 73 anni) degli uomini arrivano a ridursi di due mesi. Gli effetti tra gli uomini sono particolarmente rilevanti tra gli operai, nel settore manifatturiero e tra chi aveva preesistenti problemi di salute. “Si pensa che dare la possibilità di uscire prima sia sempre una cosa positiva – ha fatto notare Boeri – invece a volte le persone soffrono negli anni successivi di essere stati obbligati a uscire. Di queste valutazioni non c’è traccia nel dibattito odierno sulla previdenza. Nel suo intervento Boeri ha fatto leva su alcuni studi secondo cui chi smette di lavorare rischia di più di soffrire di patologie psichiche e neurologiche. “C’è un costo – ha detto il presidente dell’Inps – nel perdere il contatto con il mondo del lavoro e il divieto di cumulo può avere ulteriori conseguenze negative. Bisogna tener conto – ha poi concluso – che il pensionamento non è sempre una scelta volontaria”.
La risposta della Lega è stata durissima. “Boeri non è d’accordo con la nostra riforma pensionistica, ma non è mai stato d’accordo con nessun governo, neanche con quello che lo ha inserito – ha replicato Durigon – ha una sua predisposizione personale ad apparire, vuole sempre stare al centro”. Intervenendo a 24Mattino di Maria Latella e Oscar Giannino su Radio 24, il sottosegretario al Lavoro ha poi anticipato le idee del governo per rinnovare l’Inps. “Stiamo studiano diverse versioni che prevedono una riforma della governance – ha annunciato l’esponente del Carroccio – con l’allargamento a una forma collegiale, invece di avere un soggetto che possa, in qualche modo, essere il padre padrone”.

LA FACCIA DI BRONZO DI FAZIO: così ha il coraggio di rispondere sul suo ingaggio da sultano alla Rai

“Se c’è un caso Fazio in Rai? Certo”. Luigi Di Maio, sollecitato dalla senatrice di Forza Italia Maria Alessandra Gallone, in Commissione parlamentare di Vigilanza Rai, affronta il tema del compenso del conduttore di Che tempo che fa: “Auspico che il prima possibile si possa ricostruire un po’ di buonsenso rispetto alle retribuzioni, ma ovviamente  non sta a me affrontare questa questione, riguarda l’ad Salini ed il direttore di rete”. “C’è un piano della precedente governance valido fino a marzo, ma è un tema che va affrontato e fa parte delle sensibilità che abbiamo trasmesso al management. Il nostro obiettivo – conclude Di Mio – è che le retribuzioni vengano assegnate e pagate senza un’ingegneria legata a società di produzione esterne”.

Immediata (e piccata) la replica del conduttore Rai, accusato di essere pagato troppo per gli ascolti che fa: “Colgo al volo il suo auspicio al buon senso e le do tutta la mia sincera disponibilità sin d’ora a parlare di televisione, di costi e naturalmente di ricavi, di opportunità, di compensi e guadagni e di ogni aspetto che riguarda la produzione dei programmi, delle produzioni esterne e del mio lavoro. E soprattutto, se lo riterrà utile, a parlare di prodotto e di contenuto”.

LA CULONA ESCE ALLO SCOPERTO: E’ LEI CHE CI VUOLE MORTI! Ha persino messo il suo becco sulle nostre pensioni e sullo stop alla Fornero!

Luca Romano per www.ilgiornale.it
Il nodo da sciogliere sul tavolo della manovra resta quello di quota 100. La trattativa con l’Europa che sembrava chiusa su un accordo per una deficiti al 2,04% adesso pare si sia riaperta per ulteriori richieste da parte di Bruxelles.
Moscovici e Juncker hanno chiesto in modo chiaro un altro sforzo proprio sul fronte delle pensioni. E da Roma sarebbe arrivato un secco “no” da parte di Salvini. Fin qui i fatti. Ma c’è un retroscena che spiega anche come sta andando avanti la partita dalle parti di Bruxelles e…di Berlino. Infatti proprio la Germania avrebbe messo nel mirino la riforma previdenziale e avrebbe espresso dubbi sul suo peso in manovra. Secondo quanto riporta un retroscena dell’HuffPost, la Merkel avrebbe incontrato per circa 30 minuti il premier Giuseppe Conte e avrebbe chiesto proprio in questo mini veryice una revisione su quota 100.
Insomma la cancelliera sarebbe preoccupata per un cambiamento repentino del sistema previdenziale e soprattutto per un superamento della legge Fornero. E su questo punto i fatti sono abbastanza chiari: per il prossimo anno la spesa per quota 100 ammonterebbe a 4,5 miliardi, ma di fatto il peso principale riguarda gli anni 2020 e 2021 che costeranno circa 8 miliardi l’uno. E così l’Ue e anche la stessa Germania attendono novità in questa direzione prima di potre dare il semaforo verde alla manovra.

“SCALFARI MI FA SCHIFO” Finalmente un Ministro con le palle che demolisce il compagno che da giovane fece carriere leccando il c… al fascismo

Matteo Salvini all’attacco di Eugenio Scalfari. O meglio, al contrattacco: con un tweet, infatti, il leader leghista- vicepremier-ministro dell’Interno replica alle parole usate nei suoi confronti dal fondatore e oggi editorialista di Repubblica: “Il decano dei giornalisti radical-chic emette la sua sentenza: ‘Salvini è razzista, è per l’uomo bianco, per lui gli immigrati andrebbero, non voglio dire trucidati, ma eliminati‘. Esagero se dico che queste parole e questo atteggiamento mi fanno schifo?” twitta Salvini.

HA L’ELICOTTERO PRONTO PER SCAPPARE! MACRON CHE CONIGLIO: da quando sono comparsi i giubbotti gialli sul tetto dell’Eliseo è pronto in qualunque momento per salvargli la pelle

Le rotatorie della Francia profonda sono diventate le loro nuove agorà, luoghi di dibattito e condivisione di idee, dove preparare le manifestazioni. Ma i gilet gialli, il movimento sociale nato sui social network contro il caro-benzina, ha ambizioni più alte: dopo le strade e i palcoscenici televisivi, puntano a conquistare il Parlamento europeo, secondo quanto raccontato ieri dal settimanale Marianne. È Christophe Chalençon, uno dei volti mediatici di primo piano dei gilet gialli, ad aver lanciato l’ idea di una lista per le elezioni europee del maggio 2019. L’obiettivo? «Portare la voce della ruralità e della provincia» di fronte a una Bruxelles «disumana, che si interessa esclusivamente alla finanza a discapito dei popoli». Professione fabbro, Chalençon, originario del Vaucluse, ha votato Macron al primo e al secondo turno delle elezioni presidenziali del 2017, ma si è pentito, e ora dice di voler cambiare la macchina europea dall’ interno, «perché è l’ unico modo per farci sentire» dall’ inquilino dell’ Eliseo.
Galvanizzato da un sondaggio pubblicato dal Journal du dimanche, che dà un’ eventuale lista dei gilet gialli al 12%, Chalençon si è già attivato per mettere in piedi il progetto, trovando un sostegno di peso: Bernard Tapie, ex presidente dell’ Olympique Marsiglia ed ex ministro delle Città sotto la presidenza Mitterrand. L’ uomo d’ affari, contattato da Marianne, ha detto di essere «profondamente toccato» dalla rabbia dei gilet gialli e di essere pronto «ad offrire uno spazio per organizzarsi ed esprimersi attraverso La Provence (quotidiano di cui è editore, ndr), per permettere loro di proporre un’ offerta politica alternativa».
«Questo movimento deve strutturarsi. Altrimenti rischia di spegnersi, o di essere strumentalizzato da un partito politico», ha aggiunto. Anche Alexandre Jardin, scrittore e fondatore del movimento civico Bleu Blanc Zèbre, ha affermato di voler sostenere questa «rivolta territoriale contro il sistema centralizzato». Intanto, l’ esecutivo, attraverso il suo portavoce, Benjamin Griveaux, ha chiesto ai gilet gialli di essere «ragionevoli» alla luce di quanto accaduto a Strasburgo, e di non scendere in piazza sabato prossimo.

RENZI NUOVI GUAI! ALLA SBARRA LUCA LOTTI, L’AMICHETTO CHE SPIFFERAVA A PAPA’ TIZIANO SULLE INDAGINI A SUO CARICO

La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per sette indagati del caso Consip, che da adesso diventano dunque imputati. Tra loro c’è l’ex ministro, ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Renzi, Luca Lotti, accusato di favoreggiamento per aver rivelato all’amministratore delegato della società che gestisce gli appalti pubblici, nell’estate del 2016, l’esistenza di un’indagine che lo riguardava, con tanto di intercettazioni telefoniche in corso. Per l’identico reato è imputato il generale Emanuele Saltalamacchia, all’epoca comandante regionale dei carabinieri in Toscana. L’ex comandante generale dell’Arma Tullio Del Sette è accusato di rivelazione di segreto d’ufficio, in quanto avrebbe riferito informazioni su un’indagine che coinvolgeva l’imprenditore Alfredo Romeo (interessato alle gare indette da Consip, e imputato di corruzione in un procedimento separato) all’ex presidente della società pubblica, Luigi Ferrara. Anche a lui contestato il reato di favoreggiamento per aver invitato Ferrara «alla cautela nelle comunicazioni a mezzo telefono, con conseguente pregiudizio delle azioni investigative».