martedì 27 dicembre 2016

“La sinistra è diventata borghese. Siamo pronti a rivotare Raggi”


«Eravamo tutti comunisti». Tutti? «Beh, molti. Sono un sacco quelli con la mia storia a Tor Bella Monaca. Poi i nostri politici sono diventati politicanti, le persone che ci dovevano rappresentare si sono imborghesite, diventando esattamente come quelli che detestavamo. Avidi e incapaci. Aspettiamo la metro C da 15 anni. Abbiamo diritto di essere stanchi, non trova? E guardi che io ho fatto fatica a votare per i 5 Stelle, mica sono una congrega di evangelisti quelli. Ma almeno si sono messi a fare le nostre stesse battaglie. Non sulla rete. Nelle strade. Con i banchetti. Con i volantini. Così mi sono fidato. Anche se ora li aspetto al varco».  

Bar Fontana Candida, zona zeta, Municipio VI di Roma, Massimo Costantino, 55 anni, si aggiusta il berretto di lana e dà un’occhiata ai compagni di tavolata. Li guarda incuriosito. «E’ la prima volta che li vedo. Se li incontro di nuovo è la seconda». E’ un filosofo di periferia, un politologo a sua insaputa, uno di quei sensori di borgata che la politica tradizionale ha smesso di ascoltare. O forse non ha ascoltato mai.  

«Tra noi invisibili i 5 stelle hanno vinto facile». Esperto di vita e di fatica, Costantino per campare fa l’autista di camion. «La prima volta che ho sentito Renzi alla radio mi sono detto: che fenomeno. Adesso quando mi ricapita cambio canale. Non sono un militante grillino, sono un simpatizzante. E se so’ qui è perché mi ci ha portato Rodolfo». Gente di quartiere. Che si riconosce a fiuto. Chi ci sta sulla scialuppa con noi? Rodolfo è Rodolfo Caputo, attivista pentastellato che ha convocato un po’ di amici in via Degas - Andrea lo studente, Sergio, ex dipendente di una grande azienda o Biagio, che lavorava con gli appalti pubblici - per spiegare perché nell’area più malfamata della capitale, dove i cronisti si aggirano tra i torrioni con lo stesso spirito con cui si va allo zoo, Virginia Raggi ha raccolto il 72% dei consensi. Un plebiscito figlio di una domanda semplice: ma a noi, chi ci protegge? Se i 5 Stelle avessero presentato uno struzzo, a Tor Bella Monaca, 30 mila abitanti con un reddito pro capite che supera a fatica i mille euro, l’età media più bassa della Capitale e un tasso di dispersione scolastica quasi doppio dello standard romano (15% contro il 9%), avrebbero votato per lui. E il centrosinistra?  
«So’ dieci anni che è morto. C’è stato Rutelli. Poi Veltroni. Quindi il nulla. A parte la speculazione edilizia, lo spaccio e la violenza, mentre Roberto Romanella, il nuovo presidente della circoscrizione, è uno che lavora a testa bassa venti ore al giorno per risolvere i piccoli e i grandi guai». Teste che annuiscono. «Bravo». «Vero». «Giusto». Si apre una vetrata.  

Entra un vento gelido. La votereste ancora la Raggi? Si scatena un dibattito. Ortodossi, dubbiosi, pentiti. Ma qui è ovvio che il punto non è la sindaca, anche se la risposta, tendenzialmente sarebbe sì. E quando Costantino dice: «Un opposizione dura come la nostra non l’ha più fatta nessuno da anni e forse è meglio restare dall’altra parte della barricata», il resto del tavolo si ribella. «Peggio di questi non si può fare». Un tempo Tor Bella Monaca l’avrebbero chiamato «quartiere prioritario», uno di quei non luoghi dormitorio, spappolato dalla speculazione degli Anni Ottanta che era necessario aiutare e tenere d’occhio per evitare che diventasse il labirinto incontrollabile pieno di topi e di rifiuti che è diventato oggi.  

La parte sana del circondario - largamente maggioritaria - è convinta che questo caos sia stato creato ad arte. «Una volta il patto era semplice. Un posto all’Ama o all’Atac in cambio di un voto, poi è venuto a mancare anche quello. E’ saltato tutto. E lo hanno fatto apposta».  

Come fai altrimenti a consentire che esista un mostro come il complesso R5, quattromila persone stipate in un blocco grigio lungo più di un chilometro dove i pianerottoli sono fortificati e chiusi con cancelli che impediscono alle forze dell’ordine di avvicinarsi e gli spacciatori hanno un filo diretto con la ‘ndrangheta e la camorra? 

Le retate di carabinieri e polizia sono continue. Elicotteri, unità cinofile, pattuglie in borghese. Uno scontro quotidiano. Ma è come spegnere l’incendio di un bosco con l’acqua contenuta nel becco di un colibrì.  

Nei parchi i rifiuti si mescolano con le siringhe. E basta una passeggiata per capire che aria tira. In via dell’Archeologia il ragazzo appoggiato al pilone di cemento ha il sorriso cattivo. I capelli corti. Un piumino nero. Quanti anni hai? Lui fa appena un cenno del capo deciso a risparmiare energie per occasioni più importanti.  

Porta le dita alla bocca. Fischia. Pochi secondi e un gruppetto di coetanei si avvicina di corsa e si schiera al suo fianco. Nessuno parla. Meglio girare i tacchi. Che cosa aveva detto a Radio Vaticana don Francesco De Franco, il parroco del Santissimo Redentore? «Se con i bambini del catechismo uso la parola “infame” non ho bisogno di spiegarla. Tutti sanno che cosa vuole dire. I ragazzi qui devono dimostrare di sapere stare in strada e farsi rispettare». 

E’ più facile delinquere che andare a lavorare. Un palo guadagna cento euro per annunciare l’arrivo degli sbirri. E chi mette a disposizione la casa per nascondere la droga incassa quattromila euro al mese. C’entra tutto questo con la politica, con il fallimento della sinistra e con l’esplosione dei 5 Stelle? Moltissimo.  

Al Bar Fontana Candida l’attivista Sergio Di Reda teorizza la fine di un mondo. «Io ho 66 anni e da quando sono in pensione faccio video che metto a disposizione del movimento. Naturalmente gratis. Internet ci ha fatto capire che non ci possiamo più fidare dei giornali e dei media classici. Ci dobbiamo formare un’opinione da soli». Internet è pieno di balle.  

«I giornali di più. E oggi basta uno smartphone per farsi una coscienza. Il vecchio sistema non c’è più. I 5 Stelle possono aprire una strada nuova».  

Confida di avere registrato la conversazione avvenuta tra noi al bar. E’ la certezza di essere stati fregati dai partiti tradizionali e la paura di essere fregati ancora da chiunque non bazzichi le strade di quartiere che li lega gli uni agli altri.  
O forse - idea che il Pd non capisce - è soprattutto la voglia di non essere più osservati come se fossero loro la polvere della vita.  

fonte: http://www.lastampa.it/2016/12/27/italia/cronache/la-sinistra-diventata-borghese-siamo-pronti-a-rivotare-raggi-eBNQwJyF6JUWXn6LDKTPzO/pagina.html

giovedì 22 dicembre 2016

"Tutta l'informazione è contro il M5S". Il giornalista Jacoboni dice come stanno realmente le cose


In questi giorni la macchina del fango contro il MoVimento 5 Stelle si è messa in azione, attivata dalla stampa e cavalcata dal Pd.. L’obiettivo di questa sistematica opera di discredito del MoVimento 5 Stelle non si gioca sui contenuti, ma è volta a delegittimare il MoVimento 5 Stelle recuperando notizie vecchie e accompagnandole con commenti, illazioni e supposizioni inaudite.

TRIPUDIO IN STUDIO: arriva in diretta la notizia che la Raggi ferma lo sfratto di 300 famiglie.


La Giunta di Virginia Raggi fa sospendere lo sfratto per 300 famiglie
300 famiglie che avrebbero potuto perdere la propria casa, hanno ritrovato il sorriso grazie ai servizi di Mi manda Rai3 che ha interessato del caso la giunta Raggi, che ha fermato in extremis lo sgombero di decine di persone.
Mi Manda Rai tre, di Salvo Sottile (22 12 2016)

Poletti non può rimanere ministro: facciamolo sloggiare noi. Ecco come..

Lo so che occuparsi di politica è una fatica, che a vedere Giuliano Poletti ancora ministro dopo un referendum che – come gradito effetto collaterale – doveva abbattere il governo Renzi si ha l’ennesima conferma che siamo nel Paese del Gattopardo.
E so anche che molti di noi non hanno davvero più la forza di indignarsi per le parole perché l’indignazione è già consumata dai fatti, da governi che pensano ai pensionati invece che ai giovani, che liberalizzano i voucher togliendo persino la prospettiva di un contratto a tempo indeterminato. Indebolire l’articolo 18 era anche lecito, ma solo in una prospettiva di contratto unico per tutti. Invece la precarietà è rimasta e il governo ha speso miliardi per fingere un boom dell’occupazione pagato carissimo dai contribuenti: 60.000 euro per ogni nuovo posto di lavoro aggiuntivo rispetto all’anno precedente, secondo i calcoli della Cgil.
Lo so che c’è Natale e che molti di voi hanno di meglio da fare. Però Giuliano Poletti non può rimanere ministro del Lavoro di questo Paese. Se ne deve andare. Non domani, oggi. E se non lo caccia Matteo Renzi, perché deve simulare distanza da questo esecutivo teleguidato, o il nuovo premier Paolo Gentiloni, dobbiamo farlo sloggiare noi.
Smettiamola con questa idea che tocca sempre ad altri prendere l’iniziativa. Nel caso ve la foste persa, vi ricordo che cosa ha detto Giuliano Poletti ieri: “Bisogna correggere l’opinione secondo cui quelli che se ne vanno sono sempre i migliori. Se ne vanno 100mila, ce ne sono 60 milioni qui: sarebbe a dire che i 100mila bravi e intelligenti se ne sono andati e quelli che sono rimasti qui sono tutti dei pistola. Permettetemi di contestare questa tesi”. E poi ha argomentato, da par suo, in questo modo: “Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”.
Si è giustificato, ha detto di essersi espresso male. Io non credo. Si è espresso benissimo, con tutta la chiarezza che il suo livello culturale e il suo curriculum gli consentono. Ha detto quello che pensa. “Esprimersi male”, in casa Poletti, significa evitare l’ipocrisia di mascherare le proprie idee. Il ministro, invece, si è “espresso male” perché pensa male. E chi pensa come lui non può e non deve fare il ministro in questo Paese. Chi è convinto che i ragazzi che emigrano – per fare i ricercatori o i pizzaioli – lo facciano perché sono inquieti, troppo ambiziosi o irresponsabili non ha il diritto di incidere sulle politiche di occupazione in Italia.
In assenza di elezioni competitive, non ci sono molti modi per fermare Poletti o il partito che lo appoggia, il Pd. L’unico è farsi sentire. Già in altre fasi della storia repubblicana forti ondate di indignazione hanno spinto la politica a correggersi, penso per esempio al decreto “salvaladri” e al popolo dei Fax. Siamo pur sempre una democrazia, se centinaia di migliaia o milioni di persone considerano (con buoni argomenti) Poletti inadeguato a fare il ministro, qualcuno dovrà ascoltarci.
Scrivetelo nei vostri profili Faceboook, su Twitter: #PolettiVattene. 
E mandate una mail al Ministero del Lavoro e a palazzo Chigi, mettendo in copia il Fatto Quotidiano (segreteria@ilfattoquotidiano.it). Potere usare questi indirizzi: ufficiostampa@lavoro.gov.it ; presidente@pec.governo.it o altri che trovate sul web. Noi pubblicheremo i vostri messaggi sul giornale.
Bisogna insistere. Finché Poletti non si dimette.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/12/20/poletti-non-puo-rimanere-ministro-facciamolo-sloggiare-noi/3272598/