martedì 28 novembre 2017

"Berlusconi o Di Maio?" Travaglio risponde dinanzi a Scalfare e il pubblico va in delirio per la risposta memorabile.




"Che il politico più bugiardo della storia recente, detto non a caso il Bomba fin dalla più tenera età, dichiari guerra alle fake news, è già molto comico. Che annunci una legge (tanto la legislatura è finita) per multare chi le diffonde (esclusi i presenti) e “un report quindicinale del Pd” per smascherarle (come se spettasse ai partiti accertare la verità), è irresistibile. Che le spacci per una grave turbativa delle prossime elezioni, come se non avesse in mano tutta la Rai e gran parte della stampa, è da scompisciarsi. Tipo il bue che dà del cornuto all’asino. O tipo il suo compare B. che passeggia sulla lingua di Fabio Fazio deplorando la piaga dell’evasione fiscale (dall’alto della condanna per frode fiscale), tuonando contro i parlamentari che cambiano casacca (lui che ne ha comprati a carrettate), accusando la sinistra di non aver evitato i danni dell’euro (partito nel 2002, nel pieno del suo secondo governo 2001-06), citando le “nostre esperienze conoscitive su minori immigrati” (tipo Ruby) senza un pigolio del sedicente intervistatore. Ma il meglio lo danno giornaloni e tv, maggiori produttori mondiali di fake news, che prendono sul serio i due ballisti supremi. E, per darsi importanza, si fanno scudo del New York Times, del Dipartimento di Stato Usa e del celeberrimo Atlantic Council di Washington.
Poi si scopre sul NYT l’articolo sulla Spectre Putin- Salvini-Grillo l’ha scritto un ex hacker di Anonymous, Andrea Stroppa, consulente prima di Carrai e ora di Renzi. Il quale, forse per la giovane età, ignora che i migliori amici di Putin in Italia sono B. (che, dopo vari soggiorni nella famosa dacia, gli ha regalato un piumone votivo) e Renzi (che si oppose a nuove sanzioni alla Russia proposte da vari Paesi Ue, Merkel compresa). Così Renzi sventola il NYT, per darsi un tono internazionale e nascondere la manina del suo hackerino tascabile nei falsi allarmi sulle fake news grillorusse. E il report dell’Atlantic Council The Kremlin’s Troyan Horses (i Cavalli di Troia del Cremlino) sapete di chi è? Uno degli autori è Jacopo Iacoboni della Stampa, con un saggio molto pensoso sull’Italia putinista che cita in quattro note a pie’ di pagina gli articoli di Iacoboni. Del resto trattasi dello scopritore della centrale di fake news russo-casaleggiane capitanata da Beatrice Di Maio, la moglie di Brunetta. Perciò La Stampa lo considera un esperto di fake news: ieri il fake journalist anti-fake ha intervistato (si fa per dire: più che un’intervista, una respirazione bocca a bocca) il “brillante informatico” Stroppa, facendogli sputare un po’ di bile sul Fatto e sul sottoscritto.
Insomma, se la canta e se la suona. Ora, dopo aver sentito Stroppa per confermare le tesi di Stroppa, Iacoboni intervisterà Iacoboni per convalidare le teorie di Iacoboni. Il bello di questa batracomiomachia su un tema che non frega niente a nessuno, è che non si è ancora capito quali sarebbero le formidabili fake news in grado di ribaltare gli esiti delle elezioni. A parte, si capisce, quelle di giornali e tg contro gli oppositori sprovvisti di giornali e tv. Chissà se Renzi ricorda le prodezze della sua Unità (buonanima). Nel 2016, in piena campagna elettorale a Roma, sbatté sul sito il filmato di una ragazza bruna che cantava in piazza “Meno male che Silvio c’è” spacciandola per Virginia Raggi; poi si scoprì che non era lei, ma il direttore Erasmo D’Angelis rifiutò di rettificare e scusarsi perché “questo è giornalismo 2.0”. Nel 2013 invece l’Unità sparò un titolone cubitale su un inesistente “Patto Grillo-Berlusconi” (poi arrivarono i veri patti Napolitano-B., Letta-B. e Renzi-B.). Da allora si ricordano solo fake news anti-M5S (l’ultima è quella del Tg1, rilanciata da tutti i siti, su Di Maio che colloca la Russia nel Mediterraneo, mentre ha detto il contrario). Contro Renzi&C., manco mezza. Infatti si continua a citare il fotomontaggio su Boldrini e Boschi ai funerali (mai avvenuti) di Riina: un po’ meno credibile delle scie chimiche e dei rettiliani. Ieri però Repubblica ne ha scovata una terrificante del 2016: Agnese Renzi che dice “Mi spiace ma anch’io voto No al referendum”.
Ecco finalmente spiegato perché, il 4 dicembre, 20 milioni di italiani bocciarono la schiforma costituzionale: non perché aboliva l’elettività (ma non l’immunità) dei senatori, riempiva il Senato di sindaci e consiglieri inquisiti, non perché incasinava l’iter legislativo con una decina di sistemi diversi, non per l’astuta minaccia (anzi, l’allettante promessa) di Renzi di lasciare la politica in caso di sconfitta. No: perché un buontempone del web s’era inventato che Matteo aveva i gufi pure in famiglia. Ora, per carità, chi si è bevuto la fake news degli americani che votano Trump e degli inglesi che votano la Brexit perché subornati dalle fake news made in Russia, e non per la rivolta mondiale degli esclusi contro gli establishment, può credere di tutto: pure che Renzi abbia perso tutte le elezioni dell’ultimo biennio non per i fallimenti del suo governo, ma perché gli italiani credono alle fesserie di qualche webete. Se, anziché ai soliti camerieri e ai nuovi complottisti, si affidasse a qualche essere raziocinante, scoprirebbe i veri motivi della débâcle: la crisi che non passa, le tasse che non calano, il lavoro che non c’è, la casta che impone sacrifici agli altri, gli scandali Etruria, Consip, Expo, Mose, Mafia Capitale ecc., la gestione sciagurata dei crac bancari, le aspettative create con promesse così mirabolanti che non avrebbero soddisfatto nessuno neanche se lui le avesse mantenute. E, a gettare altro sale sulle ferite, il mantra del “tutto va ben madama la marchesa” che, lungi dal rincuorare chi sta peggio, lo fa incazzare vieppiù. Altro che fake news: il vero guaio di Renzi non sono le notizie false, ma quelle vere.

CAPOLAVORO PD! GUARDA LA FACCIA DI QUESTO ASSESSORE: ECCO PER COSA LO PAGANO I MILANESI

Un assessorato alla Felicità: ecco l’ultima trovata del centrosinistra milanese.
Una storia tanto assurda che vi sembrerà inverosimile.

Vi sentite infelici? Forse dovreste trasferirvi a Milano e per la precisione nel neonatoMunicipio 3, uno dei pochi a essere rimasto al centrosinistra dopo le recenti elezioni amministrative.
Così accade che la nuova amministrazione di quella che un tempo fu la zona 3 trovi il tempo di creare un “assessorato al Benessere e alla Felicità“, affidato al giovanissimo Luca Costamagna, venticinque anni e 873 preferenze. Un vero record, che gli è valso una poltrona destinata a diventare famosissima.
Nella vita Costamagna fa l’amministratore di condominio, ma in un’intervista al Giorno promette di occuparsi a tempo pieno del benessere e della felicità dei cittadini. “Non mi sono inventato niente di nuovo – si schermisce – penso all’ex assessore al Benessere e Qualità della vita Chiara Bisconti. Ma anche a Kennedy, il quale diceva che la felicità di un Paese non si misura solo col Pil.”
La ricetta per la felicità firmata da Costamagna, comprende “comunicazione fra cittadini e amministrazione”, ma anche “semplificazione dei servizi” e “riduzione dei tempi di attesa negli uffici pubblici, rendendo gli spazi più comodi per le persone in coda”.
Immancabili le ironie dell’opposizione di centrodestra, con il consigliere Gianluca Boari che pubblica su Facebook un video della nomina con “Felicità” di Albano in sottofondo.



Sorpresa: i soldi delle pensioni ci sono. Ma ecco a chi li dà l'Inps (non a noi)

Entrate 189, uscite 173. Anche la più distratta delle massaie sarebbe in grado di capire e fregarsi le mani: in teoria la nostra casalinga di Voghera avrebbe per le mani un avanzo di 16. In teoria, appunto. Visto che non stiamo parlando dell' oculata gestione familiare, ma del magmatico bilancio dell' Inps: oltre 189 miliardi di entrate e circa 173 miliardi di uscite, al netto delle tasse. Tirando una linea salta fuori un avanzo di 16 miliardi. Peccato che non sia così: perché quello che vale per qualsiasi sana famiglia non vale per lo Stato.
Addentrarsi nella balena pensionistica è un' impresa da Giona: si rischia di perdersi. Questo perché l' Istituto previdenziale guidato da Tito Boeri eroga ogni anno 21 milioni di trattamenti (non ci sono solo pensioni ma anche disoccupazione, Cig, Invalidità, trattamenti di guerra, ecc), a ben 15 milioni di persone: praticamente un italiano su quattro è a libro paga dell' Istituto di previdenza. La spesa pensionistica complessiva, al netto delle prestazioni assistenziali, supera i 216 miliardi (ultimi dati disponibili 2014). L' erario si porta a casa quasi 43 miliardi di tasse sui trattamenti. Morale: dell' avanzo di bilancio tra entrate e uscite (al netto delle tasse), invece dei 16 miliardi di avanzo, salta fuori un buco di 26 miliardi.
Questo perché l' Inps non paga solo pensioni, ma anche molte prestazioni temporanee (in sigla le Gpt), oltre che una trentina di miliardi l'anno (33,3 miliardi per la precisione), in prestazioni assistenziali (e altri 23 miliardi per pensioni di invalidità, assegni di accompagnamento, integrazioni al minimo, pensioni sociali), in totale 92 miliardi. Insomma, con l' alibi di garantire un welfare a tutti, nei decenni passati si è preferito accorpare previdenza ed assistenza in un unico calderone e a pagare è sempre il bancomat Inps. Salvo poi, a fine anno, dover coprire i buchi - a carico della fiscalità generale, vale a dire pagando con le tasse prelevate agli italiani - una novantina di miliardidi buco.
Ma non basta: infatti i furbacchioni che negli scorsi decenni si sono accomodati a Palazzo Chigi hanno pensato bene di non versare per anni i contributi all' esercito dei dipendenti pubblici. Oggi sono più di 3,5 milioni gli statali. È solo dal 1994 che, con l' Inpdad, lo Stato versa ogni anno circa 10 miliardi per i contributi dei propri dipendenti.
Ma non c' è solo previdenza ed assistenza. C' è anche la gestione delle zattere salariali per quando le imprese chiudono, vacillano o sono in difficoltà. Sempre al bancomat Inps spetta infatti pagare miliardi di indennità di disoccupazione e cassintegrazione. Nel solo 2014 sono usciti la bellezza di 15,408 miliardi. In un crescendo inversamente proporzionale tra calo del Prodotto interno lordo e aumento esponenziale del ricorso agli ammortizzatori sociali. Come se non bastasse nel bilancio dell' Istituto ci sono virtualmente miliardi di euro da incassare, ma in sostanza difficilmente si porterà in cassa più di qualche spiccioli. Tra truffe e fallimenti il conto per l' Istituto è assai salato: oltre 100 miliardi di contributi non pagati che sono riportati a bilancio come possibili incassi futuri, peccato che siano in sostanza dei veri e propri crediti incagliati al pari di quelli bancari. Nel 2016 - tanto per fare due conti - il totale di contributi non versati all' Inps da parte dei datori di lavoro o dagli stessi iscritti supererà i 100 miliardi di euro.
Tant' è che il Consiglio di indirizzo e vigilanza dell' Istituto ha già lanciato un accorato allarme approvando approvato il Bilancio preventivo 2016. Sono anni che questi crediti "virtuali lievitano": nel 2002 ammontavano a oltre 31 miliardi.
Nel 2010 sfioravano i 61 miliardi crescendo a botte di 5 o 8 miliardi l' anno. Nel 2014 i crediti non incassati raggiungevano gli 86,6 miliardi del 2014, mentre per il 2015 ne sono stati previsti 94,3 e per il 2016 si potrebbe sfondare quota 104 miliardi.
Tutto il dibattito - che dura da almeno 18 mesi - sui possili interventi in campo pensionistico mettono in allarme questo popolo di pensionati, e anche quello dei "pensionandi", incolpevoli aspiranti tali rimasti congelati alla scrivania per i diktat di Mamade Fornero che in una settimana o poco più gli ha stiracchiato anche di 5, 6 o 7 anni i requisiti per agguantare l' assegno e andarsene ai giardinetti. In autunno le proposte e le ipotesi - che già rimbalzano su tv e giornali aumentando l' ansia e l' incertezza - verranno incolonnate nella legge di Stabilità 2017 (o almeno così assicurano Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan). Modesto dettaglio: a parte la timida ipotesi di rimpianguare le pensioni più basse con i famosi 80 euro (ipotesi da 3 miliardi di costo, e quindi repentinamente accantonata), tutto il dibattito si concentra sui tagli: passati, presenti e futuri.
Bisognerà ora vedere come Renzi, Padoan e Poletti declineranno le varie proposte in ballo. E soprattutto con quali risorse finanziarie si potrà contare. L' idea di base è di mettere un po' ciascuno: un po' lo Stato, che si assumerebbe il ruolo di garante, un po' il datore di lavoro che poer svecchiare l' organizo sarebbe disposto ad anticipare contributi e agevolare uno scivolo alla pensione, un po l' aspirante pensionato che pur di andare a riposo si autoridurrà il trattamento. O almeno questo è il piano del governo. Salvo che non si scelga di far pagare chi è già in pensione con vaghi "contributi di solidarietà", che solitamente chiamiamo tassa aggiuntiva.

di Antonio Castro

FONTE: http://www.liberoquotidiano.it/news/economia/11911156/insp-pensioni-soldi-buco-rosso-bilancio-previdenza.html


"Per Renzi il problema non sono le fake news ma le notizie verie".Travaglio mette k.o. Renzi

- Bugiardi senza gloria -
editoriale di Marco Travaglio
da Il Fatto Quotidiano del 28 novembre:
"Che il politico più bugiardo della storia recente, detto non a caso il Bomba fin dalla più tenera età, dichiari guerra alle fake news, è già molto comico. Che annunci una legge (tanto la legislatura è finita) per multare chi le diffonde (esclusi i presenti) e “un report quindicinale del Pd” per smascherarle (come se spettasse ai partiti accertare la verità), è irresistibile. Che le spacci per una grave turbativa delle prossime elezioni, come se non avesse in mano tutta la Rai e gran parte della stampa, è da scompisciarsi. Tipo il bue che dà del cornuto all’asino. O tipo il suo compare B. che passeggia sulla lingua di Fabio Fazio deplorando la piaga dell’evasione fiscale (dall’alto della condanna per frode fiscale), tuonando contro i parlamentari che cambiano casacca (lui che ne ha comprati a carrettate), accusando la sinistra di non aver evitato i danni dell’euro (partito nel 2002, nel pieno del suo secondo governo 2001-06), citando le “nostre esperienze conoscitive su minori immigrati” (tipo Ruby) senza un pigolio del sedicente intervistatore. Ma il meglio lo danno giornaloni e tv, maggiori produttori mondiali di fake news, che prendono sul serio i due ballisti supremi. E, per darsi importanza, si fanno scudo del New York Times, del Dipartimento di Stato Usa e del celeberrimo Atlantic Council di Washington.
Poi si scopre sul NYT l’articolo sulla Spectre Putin- Salvini-Grillo l’ha scritto un ex hacker di Anonymous, Andrea Stroppa, consulente prima di Carrai e ora di Renzi. Il quale, forse per la giovane età, ignora che i migliori amici di Putin in Italia sono B. (che, dopo vari soggiorni nella famosa dacia, gli ha regalato un piumone votivo) e Renzi (che si oppose a nuove sanzioni alla Russia proposte da vari Paesi Ue, Merkel compresa). Così Renzi sventola il NYT, per darsi un tono internazionale e nascondere la manina del suo hackerino tascabile nei falsi allarmi sulle fake news grillorusse. E il report dell’Atlantic Council The Kremlin’s Troyan Horses (i Cavalli di Troia del Cremlino) sapete di chi è? Uno degli autori è Jacopo Iacoboni della Stampa, con un saggio molto pensoso sull’Italia putinista che cita in quattro note a pie’ di pagina gli articoli di Iacoboni. Del resto trattasi dello scopritore della centrale di fake news russo-casaleggiane capitanata da Beatrice Di Maio, la moglie di Brunetta. Perciò La Stampa lo considera un esperto di fake news: ieri il fake journalist anti-fake ha intervistato (si fa per dire: più che un’intervista, una respirazione bocca a bocca) il “brillante informatico” Stroppa, facendogli sputare un po’ di bile sul Fatto e sul sottoscritto.
Insomma, se la canta e se la suona. Ora, dopo aver sentito Stroppa per confermare le tesi di Stroppa, Iacoboni intervisterà Iacoboni per convalidare le teorie di Iacoboni. Il bello di questa batracomiomachia su un tema che non frega niente a nessuno, è che non si è ancora capito quali sarebbero le formidabili fake news in grado di ribaltare gli esiti delle elezioni. A parte, si capisce, quelle di giornali e tg contro gli oppositori sprovvisti di giornali e tv. Chissà se Renzi ricorda le prodezze della sua Unità (buonanima). Nel 2016, in piena campagna elettorale a Roma, sbatté sul sito il filmato di una ragazza bruna che cantava in piazza “Meno male che Silvio c’è” spacciandola per Virginia Raggi; poi si scoprì che non era lei, ma il direttore Erasmo D’Angelis rifiutò di rettificare e scusarsi perché “questo è giornalismo 2.0”. Nel 2013 invece l’Unità sparò un titolone cubitale su un inesistente “Patto Grillo-Berlusconi” (poi arrivarono i veri patti Napolitano-B., Letta-B. e Renzi-B.). Da allora si ricordano solo fake news anti-M5S (l’ultima è quella del Tg1, rilanciata da tutti i siti, su Di Maio che colloca la Russia nel Mediterraneo, mentre ha detto il contrario). Contro Renzi&C., manco mezza. Infatti si continua a citare il fotomontaggio su Boldrini e Boschi ai funerali (mai avvenuti) di Riina: un po’ meno credibile delle scie chimiche e dei rettiliani. Ieri però Repubblica ne ha scovata una terrificante del 2016: Agnese Renzi che dice “Mi spiace ma anch’io voto No al referendum”.
Ecco finalmente spiegato perché, il 4 dicembre, 20 milioni di italiani bocciarono la schiforma costituzionale: non perché aboliva l’elettività (ma non l’immunità) dei senatori, riempiva il Senato di sindaci e consiglieri inquisiti, non perché incasinava l’iter legislativo con una decina di sistemi diversi, non per l’astuta minaccia (anzi, l’allettante promessa) di Renzi di lasciare la politica in caso di sconfitta. No: perché un buontempone del web s’era inventato che Matteo aveva i gufi pure in famiglia. Ora, per carità, chi si è bevuto la fake news degli americani che votano Trump e degli inglesi che votano la Brexit perché subornati dalle fake news made in Russia, e non per la rivolta mondiale degli esclusi contro gli establishment, può credere di tutto: pure che Renzi abbia perso tutte le elezioni dell’ultimo biennio non per i fallimenti del suo governo, ma perché gli italiani credono alle fesserie di qualche webete. Se, anziché ai soliti camerieri e ai nuovi complottisti, si affidasse a qualche essere raziocinante, scoprirebbe i veri motivi della débâcle: la crisi che non passa, le tasse che non calano, il lavoro che non c’è, la casta che impone sacrifici agli altri, gli scandali Etruria, Consip, Expo, Mose, Mafia Capitale ecc., la gestione sciagurata dei crac bancari, le aspettative create con promesse così mirabolanti che non avrebbero soddisfatto nessuno neanche se lui le avesse mantenute. E, a gettare altro sale sulle ferite, il mantra del “tutto va ben madama la marchesa” che, lungi dal rincuorare chi sta peggio, lo fa incazzare vieppiù. Altro che fake news: il vero guaio di Renzi non sono le notizie false, ma quelle vere.
https://www.ilfattoquotidiano.it/il-fatto-quotidiano-prima…/

ALLARME MONTEPASCHI! QUESTO MINISTRO VUOLE INSABBIARE I NOMI DEI LADRI VIP CHE L’HANNO RIDOTTA SUL LASTRICO!

«Sbagliato pubblicare la lista nera dei grandi debitori». Così il governo, non più per bocca del vecchio Padoan, ma del giovane Calenda ha detto: chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto; e chi non ha avuto, peggio per lui. Nessun nome dei bidonisti eccellenti che hanno contribuito in modo orripilante a gonfiare la montagna di crediti spazzatura del Monte dei Paschi di Siena. In tutto 47 miliardi di prestiti finiti in fondo ad un buco nero, peraltro popolato di giganteschi pescecani.
Ha dato persino una spiegazione morale, il ministro Calenda, durante l’intervista a Gianni Minoli, ieri sera su La7: «Il principio è che l’imprenditore chiede i soldi ed è responsabilità della banca vedere se il business plan è buono o no. È strano spostare l’onere su chi chiede i soldi. Se ci sono state connivenze invece vanno pubblicate e dichiarate».
Una sorta di garantismo applicato però esclusivamente a portafogli giganteschi. Come abbiamo documentato ieri in prima pagina, contro i crediti di basso profilo non si bada ad evitare sputtanamenti: le case sono messe all’asta, non si bada troppo per il sottile, si fanno azioni aggressive presso giudici in modo spietato. C’è gente che per la congiuntura davvero disastrosa di questi anni, si è trovata prosciugata di ogni avere causa garanzie e fidejussioni.
TESSERA N°1
Non solo Libero (che ha anticipato tutti), ma il giornale dei padroni, Il Sole-24ore ha fatto l’elenco, non ufficiale ovviamente, ma frutto di banale e corretta lettura di bilanci: «Tra i protagonisti di spicco più emblematici figura sicuramente la famiglia De Benedetti e la sua Sorgenia. Emblematica per dimensioni e per quel ruolo innaturale che ha svolto Mps».
Scrive Il Sole, non noi, che «chissà come» la banca ha sganciato seicento e passa milioni. Dopo di che «i De Benedetti capita l’antifona della crisi irreversibili non si sono resi disponibili»: insomma se la sono data a gambe, lasciando oneri a Mps, che ora si scopre siamo noi tutti a dover ripianare.
Scemi o conniventi i banchieri, probabilmente. Ma perché il governo si rifiuta di mettere in lista la ditta conclamata bidonista? Non sarà mica perché la famiglia De Benedetti è molto potente e il suo capostipite passa per la tessera numero 1 del Pd? Non sarà il caso di capire se proprio da questo bel partito non siano arrivate ai capi della loro banca storicamente di riferimento telefonatine di un certo tipo?
Garantismo? Ok. Potremmo metterci d’accordo e chiamarla non «black list», o «elenco bidonisti», ma – come direbbe Padoan – «catalogo degli sfortunati», così non si offende nessuno e si salvaguarda il decoro degli sfigati, che poi sentendo l’odore di guai se la sono data. Non è un caso che a esporsi sia stato il ministro Carlo Calenda. Passa per un gran figo di 43 anni. Un decisionista. Non è stato eletto da nessuno, anche se ci aveva provato.
LA SOSTITUZIONE
Candidato con Mario Monti, è stato trombato, e in Italia non essere scelti dal popolo è una garanzia per i poteri furbi. È stato così collocato alla testa dello Sviluppo economico al posto della Federica Guidi, cacciata per non essere colpevole di niente, ma purgata dal governo, dove ha funto da confetto Falqui la pubblicazione di una telefonata privatissima con il fidanzato in cui diceva di preferire non «essere trattata come una sguattera del Guatemala».
Lì Calenda non è stato molto garantista, non si ricordano interviste in cui ha difeso la privacy della sua superiora, ma ci sbagliamo senz’altro. Di certo, non subito, perché sarebbe stata una pistola fumante, ma l’ha sostituita volentieri dopo congruo distacco a Bruxelles come ambasciatore.
INTERESSI FORTI
Se a parti invertite un ministro uomo avesse chiesto alla morosa che gli chiedeva favori di non voler essere trattato come un «mobiliere di Cantù», non sarebbe successo niente, e avrebbero detto che è molto spiritoso. Ma la Guidi è donna.
Così è arrivato Calenda, assai bravo a farsi voler bene anche al centro e a destra. Non nel senso della destra da ceto medio, ma di quella che tiene el dinero e si fa largo a meritori colpi di grana, ovvio. Infatti si è schierato subito a difesa di Mediaset contro l’«opaco» attacco dei francesi a una ditta italiana. Parbleu. Quando sentiamo parlare di difesa dell’Italia a proposito di grandi affari ci viene la sindrome di Goebbels che sentendo parlare di cultura voleva mettere mano alla pistola: non ci crediamo. Ci ricordiamo ancora dell’Alfa Romeo regalata alla Fiat da Prodi, invece che venduta come argenteria alla Ford.
Questo governo preferisce avere l’appoggio di Repubblica-Espresso, e per altri versi di Mediaset (Berlusconi non cedere, resisti a Vivendì e a Gentilonì), non grazie a provvedimenti giusti e con una richiesta di sacrifici onesta. No. Lo fa con una incredibile rivendicazione di garantismo che equivale a una proclamazione del diritto alla disuguaglianza.
Gli italiani ci mettono 8 miliardi. Chi si è preso i soldi, lascia i debiti e si tiene lo yacht e gli appartamenti in Svizzera.
di Renato Farina

Il terremotato furioso che disintegra Fabio Fazio. "Gli date 11 milioni? Sapete che..": EROE!

 

"Prima pagina del Resto del Carlino: il più pagato d'Europa, contratto Rai a Fabio Fazio, 11 milioni in 4 anni". Di fronte a queste cifre, molti italiani sono rimasti allibiti. Figurarsi quelli che sono alle prese con il dramma di un infinito post-terremoto, in perenne attesa di un aiuto dallo Stato che non arriva. La loro rabbia e indignazione è riassunta alla perfezione in un video che sta spopolando su Facebook. Protagonista è il pittoresco Antonio Lo Cascio, che esprime in toni aspri, a volte un po' sopra le righe, il legittimo disgusto di chi si sente abbandonato. "Ma porca puttana che mi frega a me di Fabio Fazio e dare i soldi pubblici a questo stronzo", urla Lo Cascio, che poi si rivolge direttamente alla presidente della Rai Monica Maggioni, che ha parlato di un "trauma" per viale Mazzini nel caso Fazio non avesse rinnovato il contratto. "Il trauma è per i 25mila terremotati, non è stato ricostruito un cazzo ma i soldi pubblici vengono spesi per una semplice persona, uno pseudo giornalista - attacca Lo Cascio -. Cara signora Maggioni, per sua informazione, dato che non vive nelle Marche, l'altro giorno si è ammazzato un altro terremotato perché non c'è via d'uscita per queste persone. Siete degli infami, volete far morire le Marche, volete far morire l'Italia".

Banche Killer fallite? Si sapeva tutto da 17 anni. Sapete che fine ha fatto il giudice che indagava? Rovinata

Rovinata per aver provato a fermare i disastri di Gianni Zonin e salvare gli azionisti della Banca Popolare di Vicenza dal crac. È la storia di ordinaria giustizia italiana di cui è stata protagonista Cecilia Carreri, giudice e autrice del libro-denuncia Non c'è spazio per quel Giudice (edizioni Mare Verticale, 2017), di cui parla anche il Fatto quotidiano.

La Carreri a inizio anni Duemila indagò sull'istituto prima di finire vittima di procedimenti disciplinari per congedo di malattia richiesto per un mal di schiena, con l'accusa di "aver messo sotto sforzo la schiena, affetta da discopatie con attività sportive ritenute estreme". Da allora è fuori dalla magistratura, ma 17 anni fa da Giudice per le indagini preliminari rigettò la richiesta di archiviazione di un'inchiesta della Procura di Vicenza sull'allora presidente Zonin e sulla gestione della banca. Pesantissime le accuse: falso in bilancio, false comunicazioni sociali, appropriazione indebita, truffa e altri reati: "Si capiva perfettamente, leggendo gli atti - scrive Carreri - che il Procuratore non aveva voluto andare avanti, approfondire". Secondo la Carreri l'allora suo capo le fece pressioni per archiviare la pratica, fermandola addirittura in strada. Lo stesso capo andò poi a lavorare per una società controllata al 100% dalla banca di Zonin.
Conflitto d'interessi? Probabile, come quello di Zonin che secondo la Carreri (e le accuse del tempo di Bankitalia) era sospettato di "usare la Banca come cassaforte personale. Balzava evidente l'assoluta mancanza di controlli istituzionali su quella gestione: un collegio sindacale completamente asservito, un Cda che non faceva che recepire le decisioni di quell'imprenditore, padrone incontrastato della banca. Nessuno si opponeva a Zonin, nessuno osava avanzare critiche, contestazioni".  La Carreri dispose con un'ordinanza l'imputazione coatta di Zonin e gli altri vertici della banca, ma l'indagine finì a un altro gip e venne archiviata. Lì inizia il calvario professionale e umano della Carreri, tra procedimenti davanti al Csm, ricorsi e richieste di risarcimento. A "fregarla" una regata transoceanica da Le Havre a Salvador Bahia, affrontata in ferie. Il sospetto della giudice è che quello fu solo il pretesto per il suo allontanamento dalla toga. 

Fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/12425286/giudice-carreri-fallmento-zonin-popolare-vicenza-indagine-archiviata-carriera-rovinata-.html