giovedì 27 aprile 2017

Ospite in studio Oscar Farinetti, l'amico di Renzi. Marco Travaglio non ha retto. Guardate cos'ha fatto in diretta:

Travaglio a Farinetti: 'Nessuna gara d'appalto. Tu ad Expo perché amico di Renzi'


Marco Travaglio non le ha mandate a dire a Oscar Farinetti, ieri durante la trasmissione di Santoro. Il patron di Eataly, che ha chiuso con Expo un contratto senza gara d'appalto si è giustificato dicendo: «Racconteremo la biodiversità, siamo l'unici a farlo nel mondo".Travaglio ha attaccato: "C'erano anche concorrenti che volevano fare la gara, che però non è stata bandita. A Eataly sono stati dati 8000 mq nel padiglione italiano di Expo perché è amico del premier". 

"La prego di non dire che sono amico del presidente del Consiglio" - replica l'imprenditore - "noi siamo persone oneste, non abbiamo mai rubato soldi allo Stato". Travaglio ribatte: "A Torino non pagate affitti per le sedi Eataly". Farinetti ammette che per la sede torinese Eataly non paga l'affitto (comodato d'uso per 60 anni), ma dichiara di aver creato in cambio 350 posti di lavoro. 

E aggiunge: "La sede romana di Ostiense l'abbiamo ristrutturata coi nostri soldi, era stata costruita per i Mondiali '90. Comunque, la specialità della sua vita è vedere il brutto in tutte le cose, ecco perché in Italia si vede solo cupezza e il brutto. Le persone si dividono in bene educati e villani". "Il villano è lei" - replica il giornalista - "Farinetti finanzia il premier e si incazza perché si dice che è suo amico".

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Si sputtana da solo in tv. Fini, l'ultimo maxi-disastro: cosa gli "sfugge" in diretta da Vespa

Si è presentato in televisione, sulle poltroncine di Bruno Vespa, per «difendere la sua onorabilità». Ma Gianfranco Fini, già dominus di Alleanza nazionale, vicepremier e presidente della Camera, non è riuscito a cavarsela con la sola - buona - oratoria anche stavolta che l’oggetto delle domande non erano questioni politiche di stringente attualità, ma questioni giudiziarie che riguardano la sua famiglia, il caso della famosa Casa di Montecarlo. «Io in trent’anni non ho mai ricevuto un avviso di garanzia», vuole chiarire, «posso avere commesso degli errori, ma mai reati».
Gli argomenti utilizzati da uno degli uomini politici più importanti della Seconda Repubblica, però, non sono al livello delle sue ambizioni a «voler chiarire». Nell’ansia di smentire tutte le accuse che gli sono state rivolte dall’ex parlamentare Amedeo Laboccetta, ancora agli arresti, già “sodale” del re delle slot Francesco Corallo, Fini non riesce a dare una spiegazione credibile del flusso di soldi che proviene proprio dalle società dell’imprenditore, transita per due società offshore - nei cui atti costitutivi, secondo la Finanza, sarebbe citata anche la compagna Elisabetta Tulliani - finanzia l’immobile nel Principato e arriva, soprattutto, sui conti correnti di Sergio Tulliani e, di lì, in quello del figlio Giancarlo e pure di Elisabetta, fino all’anno 2015. È soltanto due anni fa, infatti, che è stata rivenduta con una plusvalenza di 959 mile 390 euro, l’immobile in Rue Charlotte. «Ho scoperto di quei soldi solo nel 2016, dalle indagini», rivela, lasciandosi andare a qualche tic nervoso.
L’ex presidente della Camera ammette cose che finora non aveva fatto, come, per esempio, di essere andato a cercare una cucina da acquistare per «ristrutturare» quell’appartamento. «Ho scoperto che il beneficiario di quell’immobile fosse mio cognato nel 2010; da quel giorno ho rotto i rapporti con lui. Elisabetta non mi ha detto dei soldi perchè sapeva che mi avrebbe fatto imbufalire», aggiunge.
A sentirlo, sembrerebbe che sia stato ordito un “piano” a sua insaputa, che abbiano versato milioni di euro alla famiglia della sua compagna senza avere alcuna contropartita, gratis: «Io non mi sono mai adoperato per fare favori a Francesco Corallo e alla sua società e non avrei nemmeno potuto, dal momento che ero presidente della Camera», ha risposto a Bruno Vespa. Eppure sul bonifico da 2 milioni e 400 mila euro che Corallo ha fatto sul conto di Sergio Tulliani, come causale viene indicato il «Decreto liquidazione attività estere 78/2009», che poi è il decreto Abruzzo, che legalizzò le slot machine, core business di Corallo. «Le dieci società ammesse furono decise attraverso un iter amministrativo che prevedeva un parere del ministero competente e un altro del Consiglio di Stato: che c’entra il presidente della Camera?», si difende. Fini sa però bene che il numero due di un partito di governo come fu il Pdl può usare molte “leve”; dal “semplice” sottosegretario al consigliere amico a Palazzo Spada. Alle domande dei giornalisti in studio - Andrea Cangini e Marcello Sorgi - ha risposto spesso in maniera troppo generica: «Mi pare evidente che si tratta di un caso di millantato credito da parte di Giancarlo Tulliani; finse di aver fatto da intermediario».
Non ci sono risposte esaustive nemmeno sul ruolo della madre delle sue figlie. «Non mi ha mai detto nulla, quella maledetta vicenda ha rovinato politicamente una persona e ha determinato un putiferio a livello familiare», ricorda. Difende la privacy della sua famiglia, ma scarica tutte le responsabilità su Tulliani padre e figlio, «sicuro» che Elisabetta sarà scagionata da tutte le accuse: «Nelle carte non c’è un solo contatto telefonico tra lei e l’entourage di Corallo», sottolinea. E smonta pezzo per pezzo il “teorema” del suo accusatore, l’ex deputato Amedeo Laboccetta. «Sbagliai a non dimettermi da Presidente della Camera, ma non l’ho fatto perchè avevamo in corso uno scontro all’arma bianca con Silvio Berlusconi», ammette.
di Paolo Emilio Russo

Fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/12368843/gianfranco-fini-porta-a-porta-figuraccia-in-tv-sui-soldi-alla-tulliani.html

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Il vero problema di Alitalia sapete qual'è? Quello che vi nascondono. Ecco la verità..

Non c’è un manager dei tanti che si sono succeduti alla guida dell’Alitalia, che abbiano fatto morire e rinascere la compagnia di bandiera i questi ultimi tre lustri, che non sia partito sempre da un punto fisso: il costo del lavoro. Pubblici o privati che fossero gli azionisti, alla fine la prima scure si è sempre abbattuta sul personale. C’era più di una ragione per farlo, perché per anni piloti e dipendenti Alitalia hanno goduto di contratti particolarmente vantaggiosi e di non pochi privilegi. Ma alla fine il taglio è stato fatto, ed è la sola linea di continuità che si è verificata sotto le varie gestioni aziendali.
I dipendenti Alitalia erano 21.294 nel 2004, diventati 18.500 quattro anni dopo- nel 2008- al momento del salvataggio predisposto dalla cordata nazionale favorita dall’allora premier Silvio Berlusconi, scesi ancora a 13.721 nella primavera 2014 al momento della trattativa per l’ingresso di Etihad nel capitale sociale benedetta da Matteo Renzi. Nell’ultimo bilancio della nuova Alitalia arrivata per l’ennesima volta a un capolinea, i dipendenti erano scesi a 10.134, meno della metà di quelli che c’erano 10 anni prima. Un numero in linea con quello riportato nei bilanci dei principali vettori che operano sul mercato europeo.
Ryanair ha 11.458 dipendenti, Easyjet ne ha 10.774, Iberia ne la 15.809, ne hanno assai di più anche per le dimensioni non paragonabili ad Alitalia sia British Airways (43.874) che Air France-Klm (82.175) e soprattutto Lufthansa (124.306), che è la più grande compagnia esistente. Anche il costo per dipendente Alitalia non è più scandaloso come era un tempo. E’ nella linea mediana di quel che viene registrato dai principali concorrenti, comprese le compagnie low cost.
Il costo medio del dipendente Alitalia è di 60.515 euro, praticamente identico a quello Iberia (60.282), appena superiore a Easyjet (59.309) e Lufthansa (59.160), inferiore dell’8-9% a Vueling (65.071) e British Airways (65.566) e molto inferiore a quello di Air France-Klm (88.295). Il solo vettore in Europa ad avere un costo del lavoro pro capite inferiore del 10% ad Alitalia è Ryanair (53.578). Il fatturato per dipendente di Alitalia è di 325.636 euro, cifra nettamente inferiore alle low cost (oscilla fra 500 e più di 600 mila euro per Ryanair, Easyjet e Vueling), ma non sfigura con le grandi compagnie: Air France-Klm, British Airways, Iberia e Lufthansa hanno un fatturato per dipendente fra l’8 e il 25% inferiore ad Alitalia.
I numeri dicono che se Alitalia rischia di schiantarsi sui tagli del personale, il suo problema non è quello. E’ stata grottesca l’idea del referendum voluto dai sindacati. Non ci voleva molto a capire come sarebbe stato accolto dopo anni di ristrutturazioni del personale un quesito-roulette russa: sei d’accordo a licenziare un dipendente su 10, sapendo che il malcapitato potresti essere tu? Vuoi premere il grilletto di una pistola con un tamburo da 10 e un colpo letale in canna?
Ma se non è il costo del personale il problema di Alitalia, perché l’azienda perde tanti soldi ed è fuori mercato? Le risposte sono molte, dai costi di manutenzione, ai contratti di fornitura. Ma forse quello più decisivo che li unisce tutti è uno: i costi impropri del sistema politico caricati su una azienda privata come fosse ancora pubblica.
Alitalia non ha peso sul mercato internazionale: la massa del suo traffico è ancora nazionale e sul mercato Ue. La compagnia è stata sì aiutata, ma anche fortemente danneggiata dalle politiche pubbliche, con il gran pasticcio che fu fatto con l’hub di Malpensa, l’aeroporto di Linate e quello di Fiumicino. Ristrutturazioni intere furono fatte in una direzione (Malpensa hub), salvo poi prendere per pressioni politiche quella opposta (Linate resuscitato e Fiumicino hub).
In contemporanea lo Stato si fece concorrenza da solo con l’alta velocità ferroviaria che azzoppava il core business Alitalia (la tratta Roma-Milano). Risultato: oggi la prima tratta aerea nazionale è la Roma-Catania, seguita dalla Roma-Palermo e la Roma-Milano è solo al terzo posto con la metà dei passeggeri e appena al di sopra della Roma-Cagliari e della Roma-Bari. Non sono molte altre le tratte profittevoli. Anzi. Provate però a chiuderne una, come ha fatto da poco l’Alitalia privata su Reggio Calabria. Insorge mezzo mondo politico, locale e nazionale. Spara la stampa locale, diventa un inferno.
Ad Alitalia si è sempre chiesto quello che erroneamente era ritenuto un obbligo di servizio nazionale, anche quando gli azionisti erano privati. La compagnia è volata su rotte dove perdeva un fracco di soldi, e poi fa scandalo che lo Stato debba poi coprirne i costi con un intervento o finanziario o sociale. Certo, sono soldi pubblici. Identici però a quelli che Regioni e comuni pagano con la finzione degli accordi di co-marketing a Ryanair per entrare su tratte su cui non guadagnerebbe mai. Arrivano così alla low cost irlandese 80 milioni di euro l’anno. Pubblici, come quelli che fanno scandalo in Alitalia…
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Emmanuel Macron, la gaffe disastrosa: si lava le mani dopo aver toccato quelle degli operai



Emmanuel Macron, in vista del ballottaggio francese, ha indossato i panni del "candidato del popolo". Mercoledì ad Amiens, la sua città natale, ha organizzato un incontro con i responsabili sindacali della Whirlpool, azienda che sta per lasciare a casa circa 300 persone. Dopo l'incontro, era previsto un faccia a faccia con gli operai. Peccato che Marine Le Pen, la sfidante al secondo turno, gli abbia rubato la scena, piombando nella stessa città mentre Macron incontrava i sindacati. Per lei, un bagno di folla tra gli operai, che la hanno acclamata.
Ma non è tanto questo il punto. Il punto è che poi anche Macron ha incontrato la "manovalanza", quegli operai che lo hanno accolto a suon di fischi e spintoni. Il candidato, in giacca e cravatta, rivolgendosi a loro ha affermato: "Vi scongiuro, non credete alla sua promessa di chiudere le frontiere (della Le Pen, ndr), è menzognera!". Dunque un animato faccia a faccia con gli operai e, in conclusione, la stretta di mano con alcuni di loro.
Peccato che poco dopo abbia fatto capolino online questo video, diventato virale in Francia e rilanciato anche da Paolo Becchi sul suo profilo Twitter. Un video che ritrae il quasi-presidente Macron risalire in macchina dopo l'incontro con gli operai. Quale il suo primo gesto? Afferrare una salvietta detergente e pulirsi con cura le sue mani, quelle mani che avevano toccato le "sporche mani" degli operai. Un dettaglio che soprattutto in Francia non è sfuggito, dove si è subito scatenata la polemica nei confronti del candidato "classista".

Fonte: http://tv.liberoquotidiano.it/video/esteri/12368351/emmanuel-macron-si-lava-le-mani-dopo-aver-toccato-quelle-degli-operai-amiens-whirlpool.html

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Confessione choc: “Alcune Ong potrebbero essere finanziate dai trafficanti. So di contatti”

Carmelo Zuccaro ha fornito altri particolari sull'inchiesta aperta dal suo ufficio su questo tema e sulle relative polemiche che ha suscitato nell'opinione pubblica e tra le varie forze parlamentari: "Forse la cosa potrebbe essere ancora più inquietante, si perseguono da parte di alcune Ong finalità diverse: destabilizzare l’economia italiana per trarne dei vantaggi"

“A mio avviso alcune Ong potrebbero essere finanziate dai trafficanti e so di contatti. Un traffico che oggi sta fruttando quanto quello della droga”. L’ultima presa di posizione sulla questione del ruolo delle Ong e degli interessi economici in ballo nella vicenda delle centinaia di migliaia di migranti che solcano i mari dall’Africa all’Italia non arriva da uno scrittore (Roberto Saviano o Erri De Luca), né tanto meno da un politico (Luigi Di Maio, colui che per primo ha alzato i toni sulla questione) o da un giornalista. A parlare è il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro che, ospite ad Agorà su RaiTre, ha fornito altri particolari sull’inchiesta aperta dal suo ufficio su questo tema e sulle relative polemiche che ha suscitato nell’opinione pubblica e tra le varie forze parlamentari. Zuccaro, del resto, ha detto anche altro, fornendo una chiave di lettura sul coinvolgimento delle organizzazioni non governative in quello che viene descritto come un affare: “Forse la cosa potrebbe essere ancora più inquietante – ha aggiunto il procuratore capo di Catania – si perseguono da parte di alcune Ong finalità diverse: destabilizzare l’economia italiana per trarne dei vantaggi”. Alla domanda sui possibili allarmismi, Zuccaro ha risposto rilanciando: “Se l’informazione è corretta questo corto circuito non si può creare salvo per effetto di persone che vogliono creare confusione“.

Parole dal peso specifico importante quelle di Zuccaro, specie perché arrivate nel pieno della polemica che ha generato scambi di accuse e veleni tra scrittori e politici. Tra questi, il primo a sollevare la questione sul ruolo delle ong è stato Luigi Di Maio. Che oggi, dopo le affermazioni di Zuccaro, non ha perso tempo per rafforzare la sua posizione in merito: “Non so se è chiaro: Ong forse finanziate dagli scafisti! Gli ipocriti continuino pure ad attaccarmi, io vado fino in fondo” ha scritto il vice presidente della Camera su Twitter, commentando quanto detto dal procuratore etneo. “Spero che la procura di Catania parli attraverso le indagini, gli atti, perché credo sia il modo migliore. Se il pm ha elementi in questo senso faremo una valutazione. In generale, non è giusto ricostruire la storia delle Ong come la storia di collusi con i trafficanti, è una menzogna” ha detto invece il ministro della Giustizia e candidato alle primarie Pd Andrea Orlando a Repubblica tv. Prevedibile anche la reazione della Lega Nord, che ha preso spunto dalle accuse del magistrato per rinfocolare uno dei temi cari al Carroccio. A parlare è Roberto Calderoli: “A questo punto il ministro degli Interni, quello della Difesa e anche quello degli Esteri devono intervenire, con urgenza, bloccando tutti gli arrivi di immigrati, senza se e senza ma, perché altrimenti significherebbe che l’Italia avalla il traffico di esseri umani, oltre all’invasione in corso, un’invasione da oltre mezzo milioni di immigrati nel triennio 2014-2016, cui vanno aggiunti gli oltre 42mila arrivati in questo 2017, un’invasione costata alle casse statali già oltre 10 miliardi cui andranno aggiunti i 4,6 miliardi previsti nel Def per il 2017, per un business da 15 miliardi in quattro anni. Basta – ha concluso il vice presidente del Senato – fermiamo l’invasione, prima che sia troppo tardi, fermiamo il traffico di esseri umani e fermiamo queste navi Ong di cui sappiamo pochissimo”.

Il segretario federale della Lega Nord, invece, ha preferito alzare ancor di più l’asticella della polemica, coinvolgendo altre ed alte personalità: “Cosa dicono la Boldrini, Saviano, Alfano e Papa Francesco? Aiutiamo l’Africa a crescere, non deportiamola in Italia. Bisogna arrestare i trafficanti, affondare tutte le navi usate!” ha scritto su Facebook Matteo Salvini, che ha rilanciato l’hashtag #STOPINVASIONE”. Chi invece ha preferito fare dei distinguo è stato il cardinale Francesco Montenegro, presidente di Caritas italiana e arcivescovo di Agrigento: “Salvare le vite umane credo sia un dovere di tutti. Tante Ong, generosamente e anche rischiando, vanno incontro a chi sta perdendo la vita o è in prossimità di farlo: credo sia un atto di grande rispetto e che vada sopportato anche da chi sta in terra ferma e decide le sorti di tutti”. Sulla questione delle polemiche, il cardinale ha sottolineato che “se ne spegne una e se ne accende un’altra perché l’immigrazione è fastidiosa soprattutto per chi regge la sua vita sul numero degli elettori, per cui bisogna tentare il più possibile da parte di chi si trova in certi posti di acquistare più simpatia e avere più voti”. Riguardo alle accuse alle Ong “non si può sparare nel mucchio e dir tutto” ha accusato il porporato, osservando che “se io dovessi dire che ‘tutti i politici sono disonesti’ qualcuno alzerebbe il dito per dire ‘come fai a dire che anch’io lo sono’. Non bisogna dire che tutte le Ong approfittano della situazione per arricchirsi. Se ce n’è qualcuna – ha aggiunto Montenegro – si fanno le debite indagine e ricerche, e chi sfrutta questa situazione sarà penalizzato“.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/04/27/migranti-il-procuratore-di-catania-alcune-ong-potrebbero-essere-finanziate-dai-trafficanti-so-di-contatti/3546916/

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"Aragoste, spiaggia privata e..". L'ex hostess sputtana Alitalia: come si è suicidata la compagnia

Il male di Alitalia? Viene da lontano, molto lontano. E se prima vi abbiamo dato conto della testimonianza di un pilota su (recenti) maxi-buonuscite e sperperi da record, ora arriva il racconto di Lucia, una vecchia hostess della compagnia che, appunto, dimostra come la compagnia di bandiera abbia fatto tutto il possibile per fallire. Vicina ai settant'anni, a Il Giornale spiega che "sì, mi fa malinconia vedere Alitalia fare questa fine. Ma con un po' di distacco emotivo - sottolinea - dico anche che non poteva reggere. Era chiaro da tempo che sarebbe finita così. Io sui suoi aeroplani ho vissuto due anni fantastici. Ma quello stile non poteva durare. Troppo champagne, troppe aragoste, troppi benefit".

Il racconto di Lucia si riferisce alla fine degli anni '70, quelli del boom economico, dove Alitalia si permetteva lussi insensati, sia per i passeggeri sia per i dipendenti. Una politica di cui lo sfacelo attuale è una conseguenza diretta. Racconta la signora: "Vita impegnativa, certo. Faticosa, anche, soprattutto sul lungo raggio, per via del fuso orario, dopo un po' non capivo più se per il mio corpo era giorno o notte. Ma sull'altro piatto della bilancia c'era uno stipendio che faceva di me, tra tutti i miei coetanei, una privilegiata. E un sacco di altri vantaggi che spesso erano ancora più consistenti dello stipendio".

Quale tipo di vantaggi? Presto detto: "La diaria di missione era così ricca che non riuscivamo a spenderne neanche un terzo, eravamo già spesati di tutto, mangiavamo a bordo, la diaria ce la mettevamo in tasca. O gli alberghi. Credo che Alitalia si facesse una questione di immagine di non scendere sotto al cinque stelle. A Milano ci faceva dormire al Gallia, che all'epoca era uno degli alberghi più lussuosi della città; d'estate, quando c' era il volo su Rimini, si dormiva al Grand Hotel, quello di Fellini. Ma il bello era quando si andava all'estero".

Già, perché Lucia confessa che "le mete preferite per noi personale di bordo erano quelle sudamericane, soprattutto di inverno, quando lì è estate. Prima di ripartire per l'Italia avevamo diritto a quattro o cinque giorni di pausa, praticamente una vacanza tutta spesata. Se atterravamo a Caracas venivamo ospitati in un albergo indimenticabile, con la piscina e la spiaggia privata, non oso immaginare quanto costasse. Ma come si poteva andare avanti così?". Appunto. Non si poteva. E oggi è chiaro. Anzi, chiarissimo. Infine, una battuta sul "no" al referendum dei dipendenti. Il giudizio della ex hostess è tranchant: "Secondo me non si rendono conto che i tempi sono cambiati, sono stati salvati troppe volte e sono convinti che anche adesso arriverà qualcuno a tenere in volo gli aerei".

FONTE Liberoquotidiano


"Così Grillo sarebbe il problema della libera informazione?". Travaglio smonta la balla dei media..

Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2017.

Ora che anche Reporter Sans Frontières si è bevuta la fake news secondo cui in Italia la libertà di stampa è minacciata da Grillo, che notoriamente controlla tutte le tv, le radio, i giornali, i siti web e i social, siamo tutti più sollevati. Potremo allegramente andare a votare con Rai1, Rai2, Rai3, Tg1, Tg2, Tg3 in mano ai renziani e Canale 5, Italia1, Rete4, Tg5, Studio Aperto, Tg4 in mano ai berlusconiani senza patemi per il pluralismo e la par condicio. Resta da capire come mai, quando le opposizioni criticavano la Rai occupata da B., gli organismi internazionali si preoccupavano non per chi la criticava, ma per chi la occupava, mentre oggi che le critiche vengono dai 5Stelle e dalle sinistre sciolte, cioè dagli esclusi dalla spartizione, il monopolio governativo sull’informazione non è più un vizio da combattere, ma una virtù da difendere. Il guaio è che ormai la percezione della realtà è talmente falsata dai gargarismi propagandistici sul populismo, le post-verità e le fake news, che anche chi la osserva dall’esterno è costretto a indossare occhiali deformanti.
E giunge a conclusioni paradossali: se il pericolo per la stampa libera viene da chi critica la propaganda governativa, da sempre principale produttrice ed esportatrice di fake news, e non dal partito di governo che caccia la Berlinguer dal Tg3 perché non allineata, chiude Ballarò di Giannini perché non allineato e bombarda Report perché non allineato, allora anche in Turchia e in Russia la libera stampa è minacciata non da Erdogan e da Putin che arrestano i giornalisti scomodi (quelli che hanno la fortuna di non crepare in circostanze misteriose con largo anticipo sulla tabella di marcia) e chiudono i giornali di opposizione, ma da chi protesta contro gli arresti e le serrate. C’è una bella differenza – o almeno dovrebbe esserci – fra le opposizioni che criticano i Minculpop governativi e i governi che attaccano i pochi giornalisti e testate che sfuggono al loro controllo. Forse, nello strano rapporto di Rsf, accanto a Grillo avrebbe meritato una citazione anche Renzi, che a ogni Leopolda mette alla gogna il Fatto e a ogni comparsata tv ci minaccia e ci insulta senza mai smentire una nostra parola.
Molte firme del Fatto, per vent’anni, hanno denunciato le balle (ancora non si chiamavano fake news) diffuse a piene mani dagli house organ berlusconiani targati Rai e Mediaset contro chiunque osasse opporsi a B.: dalla campagna anti-Mani Pulite alle bufale su Telekom Serbia e sul dossier Mitrokhin contro il centrosinistra. E con noi smascherarono quelle patacche altri giornali e molti intellettuali.Non eravamo al potere, non avevamo alcuna influenza sulla carriera dei “colleghi” che si prestavano a quel gioco sporco. Idem i partiti di opposizione che si associavano alle nostre denunce. E queste venivano prese molto sul serio dagli amici di Rsf come dall’Osce e da Freedom House. Oggi che l’occupazione militare della Rai l’ha fatta Renzi (vuole persino cacciare il pur zelante dg Campo Dall’Orto per non avere ancora spento un paio di voci dissenzienti superstiti) e che i direttori dei tg censurano le notizie sgradite ai renziani e diffondono impunemente plateali menzogne contro la maggior forza di opposizione sulle orme dei Mimun e dei Minzolini, che dovrebbero fare le vittime di questo gioco al massacro? Subire in silenzio o reagire? E, se reagiscono smentendo le balle e denunciando i diffamatori, attentano alla libera stampa? Difficile, anche per mancanza della medesima. Il che non vuol dire che siano esenti da colpe, anzi. La rubrica “Il giornalista del giorno”, che un paio d’anni fa metteva alla gogna sul blog di Grillo chi criticava il M5S, era intimidatoria e inaccettabile.
Così come Grillo che scacciava i cronisti dai suoi comizi. E il pubblico elenco con nomi e cognomi dei giornalisti denunciati da Di Maio all’Ordine per alcune falsità scritte sul suo conto. Ma la rettifica delle fake news scagliate contro un movimento peraltro accusato di averle inventate non è una minaccia: è un diritto, specie per chi ancora attende le smentite e le scuse dei giornaloni per le bufale sulla Raggi che sta per essere arrestata, o accusata di corruzione e riciclaggio, o sta trattando per patteggiare la pena, o nasconde dietro le polizze di Romeo fondi neri per comprare voti, o riapre la discarica di Malagrotta del famigerato Cerroni; o su Di Maio che difende Marra e poi mente affermando il contrario (la prova era un messaggio in chat tagliuzzato da tre giornali in stereofonia); o sulla Muraro coinvolta in Mafia Capitale; o su tal Beatrice Di Maio che diffonde post verità per i 5Stelle (era la moglie di Brunetta). Ora anche i bersaniani di Mdp, e pure Orlando ed Emiliano si accorgono dell’asfissiante regimetto che oscura tutti i non allineati o, se parla di loro, è per manganellarli.
Benvenuti tra noi.
Se gli amici di Rsf volessero farsi un giro in Italia per correggere o integrare il loro rapporto, potrebbero fare due chiacchiere con Sigfrido Ranucci di Report o dare un’occhiata al linciaggio a reti ed edicole unificate dei dipendenti Alitalia. Che hanno tenuto la schiena dritta rigettando il finto piano di rilancio presentato da manager falliti spalleggiato da un governo ridicolo. Eppure non c’è tg né giornalone che non dia la colpa del disastro aereo ai “piloti kamikaze”. Basterebbe trasmettere i delirii dello zuzzurellone che nel 2015 presentò le nuove, orrende e costosissime divise del personale Alitalia, appena affidata alle sapienti mani degli arabi di Etihad e del solito Montezemolo: “Vi chiedo di allacciarvi le cinture, perché qui stiamo decollando davvero! Allacciate le cinture, Alitalia decolla per nuove destinazioni. E il decollo di Alitalia è il decollo dell’Italia!”. Ricchi premi a chi indovina chi era....